Ci sono pittori che scelgono i propri soggetti e pittori che li trovano per strada, quasi per caso, seguendo un istinto migratorio che li porta da una città all’altra finché qualcosa non li ferma. Gabriel Stanislas Morvay appartiene alla seconda categoria. Polacco di nascita, cittadino del mondo per necessità e per vocazione, Morvay ha attraversato decenni e confini lasciando su ogni territorio in cui ha vissuto una traccia pittorica precisa e riconoscibile. Dal 29 aprile al 10 luglio 2006, per la prima volta in Italia, la Fondazione Dominato Leonense ha raccolto quella traccia nelle sale espositive di Villa Badia a Leno, presentando oltre quaranta opere che ripercorrono il suo lungo e inquieto viaggio attraverso le terre italiane.
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Roma, la fuga, il ritorno
Morvay arriva in Italia per la prima volta alla fine degli anni Sessanta e trova in Roma il contesto che più si adatta alla sua natura. Vive in un piccolo studio nei pressi di Piazza Navona, messoa disposizione dal suo mercante, immerso nel fermento culturale di una città che in quegli anni era attraversata da correnti letterarie e cinematografiche potenti. La sua pittura di quel periodo è densa di energia: pennellate gestuali, disegno carico, colore usato con una forza quasi fisica. È una pittura che non si stabilisce, che patteggia continuamente tra il restare e il partire, e che finisce per scegliere la fuga come risposta naturale all’inquietudine.
Lasciata Roma, Morvay torna a Sabadell, in Spagna, dove trascorre otto anni. Poi, nel 1976, un secondo ritorno in Italia, questa volta in Lombardia. Si ferma a Cremona, all’hotel San Giorgio vicino alla stazione, e dipinge quello che ha davanti: l’albergo, le strade del quartiere, la geometria quotidiana di una città di provincia. È un pittore che non cerca scenari eccezionali — cerca la verità di quello che lo circonda.
Casalmaggiore e il Po: dove la pittura diventa memoria
Da Cremona, seguendo il corso del Po verso est per una quarantina di chilometri, Morvay raggiunge Casalmaggiore. Qui si ferma più a lungo di quanto avesse probabilmente previsto: circa otto anni, durante i quali il paesaggio rurale e il fiume diventano i protagonisti quasi esclusivi della sua produzione. Qualcosa cambia nel suo stile. Le pennellate impulsive delle opere catalane si addolciscono, la pittura acquista connotati lirici e per certi versi malinconici, la prospettiva si allarga verso vedute panoramiche che sembrano voler contenere tutto il cielo della Pianura Padana.
C’è una ragione profonda in questa trasformazione, e la Fondazione Dominato Leonense l’ha messa bene a fuoco nel catalogo della mostra: Casalmaggiore ricordava a Morvay la sua Tarnów, la città natale in Polonia di cui non parlava quasi mai ma che evidentemente portava dentro. Lui che aveva scelto il silenzio sulla propria infanzia e sulla propria patria aveva trovato un paesaggio capace di rievocarla senza parole, e lo dipingeva ogni giorno come per tenerla in vita. Le sue tele lombarde sono in questo senso qualcosa di più di paesaggi riusciti: sono un atto di memoria involontaria, il tentativo di un uomo in esilio di ricostruire attraverso la pittura qualcosa che la storia gli aveva tolto.
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Un pittore che non cercava la gloria
Morvay era anche un uomo di cultura nel senso più ampio: appassionato di letteratura e filosofia, esperto di lingue antiche e di etnologia slava. Tutto questo non traspariva in modo esplicito dalle sue opere, ma alimentava quella ricchezza interiore che le tele trasmettono con una forza difficile da spiegare razionalmente. La sua pittura non aveva bisogno di temi straordinari perché portava dentro di sé una vita straordinaria, e bastava appoggiarla su qualsiasi soggetto — un argine del Po, una cascina nella nebbia, una strada di quartiere — perché quella vita emergesse.
La mostra di Leno è stata il primo riconoscimento italiano per un pittore già apprezzato all’estero ma rimasto ai margini dei circuiti ufficiali, in parte per scelta, in parte per quella stessa mobilità che aveva caratterizzato tutta la sua esistenza. La Fondazione Dominato Leonense ha scelto di presentarlo non come una curiosità biografica, ma come ciò che era: un pittore che ha saputo vedere e restituire l’anima di un territorio con una profondità che appartiene solo a chi guarda le cose da lontano, con gli occhi di chi viene da altrove.
La conservazione della memoria artistica di Morvay oggi passa anche attraverso nuove forme di valorizzazione. Proprio come sta accadendo per l’intero patrimonio culturale locale, la trasformazione digitale a Cremona sta offrendo strumenti inediti per non disperdere la nostra eredità culturale.


