C’è un luogo in Italia dove la bigiotteria non è considerata un accessorio minore, un ripiego economico rispetto al gioiello prezioso, ma un’espressione artistica autonoma e degna di analisi storica. È il Museo del Bijou di Casalmaggiore, in provincia di Cremona, unico polo museale nazionale interamente dedicato a questo settore. Ed è qui che dal 24 settembre al 20 novembre 2016 ha trovato la sua sede naturale la mostra dedicata alla Maison De Liguoro, secondo capitolo del ciclo espositivo “Grandi Bigiottieri Italiani” — inaugurato in precedenza con un omaggio a Ornella Bijoux — curato dalla storica e critica del gioiello Bianca Cappello e organizzato dal Comune di Casalmaggiore con la collaborazione degli Amici del Museo del Bijou.
Indice
Una storia di famiglia cominciata nel 1962
Per capire De Liguoro bisogna partire dalle origini, che sono radici solide e artigianali. Gianni De Liguoro nasce in una famiglia di sarti con due generazioni di mestiere alle spalle, e quando nel 1962 fonda l’azienda insieme alla moglie Angela porta con sé quella cultura del dettaglio e della manifattura che è il fondamento invisibile di ogni grande maison. I primi anni sono anni di vivacità pop: gadget per un mercato in espansione, oggetti pensati per il grande pubblico piuttosto che per le passerelle. Tra i pezzi più curiosi di questa fase, i pupazzi in plastica di Calimero prodotti per i fustini Miralanza, le spille a forma di topolino realizzate per la Perugina, e le collane “talismano” disegnate nel 1971 dal pittore Mario Moletti per Ramazzotti. Oggetti che oggi sembrano lontanissimi dal mondo del lusso, ma che raccontano la capacità di De Liguoro di intercettare la cultura visiva del proprio tempo.
La svolta arriva nel 1980, e ha il nome di Clara Centinaro, figura centrale nella storia del Made in Italy, sarta di principesse e first lady, donna che conosceva l’Alta Moda da dentro. È lei a vedere in Gianni De Liguoro qualcosa di più di un artigiano di talento, e a introdurlo in un mondo completamente diverso. Da quel momento le creazioni De Liguoro smettono di essere oggetti autonomi e diventano elementi strutturali del sistema moda italiano, sfilando accanto ai capi di Alberta Ferretti, Fausto Sarli, Rocco Barocco, Renato Balestra, Enzo Russo e Trussardi. Non complementi d’abito, ma pezzi capaci di dialogare alla pari con la sartoria di alto livello.
Trecento pezzi per raccontare un’evoluzione
La mostra ha riunito circa trecento pezzi storici, un numero sufficiente a costruire un vero e proprio percorso narrativo attraverso le diverse anime del marchio. Accanto alle origini pop, grande spazio è stato dedicato ai “corpetti gioiello”, accessori scenografici pensati per essere indossati e non solo ammirati, diventati celebri grazie al corpo di ballo della RAI che li portava nei varietà e negli spettacoli televisivi che hanno formato l’immaginario estetico di intere generazioni italiane. In questo senso De Liguoro non è solo storia della moda: è anche storia della televisione, della cultura popolare, di come un Paese si è raccontato attraverso le immagini che mandava in onda.
Un capitolo a parte merita il legame con Miss Italia, concorso per il quale De Liguoro ha realizzato le corone ufficiali per oltre un decennio. Un ruolo simbolicamente potente, che ha impresso il marchio nell’iconografia del Paese. E poi i cristalli Swarovski, presenza ricorrente nelle creazioni esposte, elemento che definisce forse più di ogni altro lo stile della Maison: uno scintillio preciso, controllato, mai eccessivo, che trasforma materiali non preziosi in qualcosa che la luce tratta come tale.
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Il catalogo come strumento di memoria
A corredo della mostra è stato pubblicato il volume “De Liguoro. Ediz. multilingue”, scritto dalla curatrice Bianca Cappello per Universitas Studiorum nella collana dedicata ai grandi bigiottieri italiani. Cinquantotto pagine illustrate che documentano i pezzi più significativi e ricostruiscono il percorso storico del brand. Un catalogo multilingue, quindi pensato per un pubblico internazionale, coerente con la vocazione del Museo del Bijou a raccontare un patrimonio che appartiene all’Italia ma merita di essere conosciuto fuori dai confini nazionali.
Ciò che questa mostra ha dimostrato, in definitiva, è che la bigiotteria italiana del secondo Novecento è una disciplina che attende ancora di essere studiata con la stessa attenzione riservata alla haute joaillerie. De Liguoro è uno dei casi in cui creatività artigianale, intuizione commerciale e sensibilità estetica si sono incontrate producendo qualcosa di difficilmente classificabile — e proprio per questo, degno di essere esposto. Un esempio perfetto di evoluzione imprenditoriale che oggi le botteghe e le imprese storiche sono chiamate a replicare sfruttando le leve del commercio digitale a Cremona per portare il proprio saper fare sui mercati globali.




