Confesso di aver impiegato un tempo imbarazzantemente lungo, nella mia vita, prima di mettere piede ad Amalfi. La ragione è quella per cui di solito si rimanda di visitare i posti famosi: c’è la vaga sensazione che ormai si sa già tutto, che le cartoline abbiano fatto il loro lavoro e che andarci di persona aggiungerebbe poco. Si tratta, lo dico subito, di un ragionamento sciocco. Amalfi non assomiglia alle sue cartoline. Le cartoline sono solo dei riassunti molto educati di qualcosa che, dal vivo, è molto più strano e interessante.
La prima cosa che si scopre, arrivando in autobus o in barca — perché in auto è meglio non arrivarci, ma di questo parleremo più avanti — è che Amalfi è incastrata in un anfiteatro di roccia talmente verticale da sembrare un errore di prospettiva. Le case si arrampicano una sopra l’altra come se qualcuno, nei secoli, avesse deciso di sfidare la gravità per sport. Il mare arriva fin sotto la piazza principale. La cattedrale, con la sua scalinata monumentale, ti guarda dall’alto con un’aria un po’ severa, un po’ divertita. Ed è solo l’inizio.
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Una repubblica marinara grande quanto un fazzoletto
Il primo dato che bisogna mandare giù per capire Amalfi è che questo paesino — perché di un paese si tratta, oggi conta meno di cinquemila abitanti — è stato per qualche secolo una delle quattro repubbliche marinare italiane. Le altre erano Venezia, Genova e Pisa, che a confronto sembrano dei pesi massimi accanto a un peso piuma. Eppure Amalfi, tra il IX e l’XI secolo, aveva una flotta che attraversava il Mediterraneo, una zecca propria, rapporti commerciali con Bisanzio e con il mondo arabo, e una legislazione marittima — le famose Tavole Amalfitane — che ha regolato la navigazione mediterranea per secoli.
Ora, fermatevi un secondo a pensarci. Voi siete in piedi nella piazza principale di un paese dove, in alta stagione, fate fatica a trovare un tavolino libero, e questo posto qui, mille anni fa, dettava le regole a metà del Mediterraneo. Non so voi, ma a me queste cose fanno un certo effetto. È come scoprire che il bar sotto casa, negli anni Settanta, era una merchant bank con sede a Londra.
La storia di Amalfi è fatta di queste sproporzioni. Ha inventato — o quantomeno ha contribuito a diffondere in Europa — la bussola, anche se gli storici discutono ancora su quanto del merito vada effettivamente a Flavio Gioia, il presunto inventore amalfitano che oggi ha una statua nella piazza centrale e che, secondo alcuni, è un personaggio in buona parte leggendario. Ma il dato non cambia di molto: la cultura nautica amalfitana era così avanzata che, anche se Flavio Gioia non fosse mai esistito, l’avrebbero dovuto inventare.
Il Duomo, ovvero come si prende a schiaffi un visitatore distratto
Se uno entra ad Amalfi senza guida e senza aspettative, la prima cosa che lo blocca è il Duomo. È praticamente impossibile non fermarsi, perché ti si para davanti senza preavviso, in cima a una scalinata di sessantadue gradini che sembra messa lì apposta per costringerti a guardare in alto.
La cattedrale di Sant’Andrea — perché è a lui, all’apostolo, che è dedicata, e le sue reliquie sono custodite nella cripta sotto l’altare — è un pasticcio glorioso di stili. C’è l’arabo, c’è il normanno, c’è il barocco, c’è il neogotico ottocentesco, e tutto questo convive nella stessa facciata a strisce bianche e nere come se nessuno, nei secoli, avesse mai pensato che forse bisognava decidersi. Il risultato è meraviglioso, esattamente perché nessuno si è deciso. È una facciata che racconta dieci secoli di storia mediterranea senza nascondere le cuciture.
Dentro, il colpo di teatro è il Chiostro del Paradiso, costruito alla fine del Duecento come cimitero per i nobili amalfitani. Archi acuti intrecciati, colonnine bianche, palme nel mezzo, silenzio. È uno di quei posti dove anche i turisti con i bermuda fluorescenti, di solito, abbassano la voce.
Un itinerario tra le bellezze di Amalfi
Per chi viene dal Nord e ha a disposizione due o tre giorni, la tentazione è quella di vedere il più possibile. È una tentazione che capisco, perché l’ho avuta anch’io, ma vorrei suggerire un approccio leggermente diverso. Amalfi è piccola. Le sue meraviglie principali stanno tutte in un fazzoletto di trecento metri per lato. Il modo migliore di visitarla, paradossalmente, è prendersela con calma.
Un buon itinerario tra le bellezze di Amalfi parte dalla piazza del Duomo nelle prime ore del mattino, quando i pullman dei tour organizzati non sono ancora arrivati e l’aria ha ancora quella consistenza un po’ salata che il sole alto fa evaporare. Si sale la scalinata, si visita la cattedrale con calma, ci si ferma nel chiostro. Poi si scende e ci si infila in via Pietro Capuano, la strada principale, che dalla piazza si insinua verso l’interno del paese seguendo il corso di un torrente coperto.
È qui che Amalfi mostra l’altra sua faccia: quella delle botteghe, delle pasticcerie, delle cartiere storiche. Sì, perché Amalfi è anche la patria della carta a mano, prodotta qui dal XII secolo con tecniche importate dal mondo arabo e perfezionate nei secoli successivi. Il Museo della Carta, ricavato in un’antica cartiera del Trecento lungo il torrente, è una delle cose più sottovalutate del posto. Ci si entra pensando “vabbè, due fogli appesi al muro” e si esce un’ora dopo con la sensazione di aver capito qualcosa in più su come funzionava il mondo prima di Gutenberg.
Cosa non perdere, in ordine ragionevole
Volendo schematizzare — anche se Amalfi, come tutti i posti che hanno qualcosa da raccontare, mal si presta agli schemi — questi sono i punti che vale la pena infilare in un itinerario:
Il Duomo di Sant’Andrea con il Chiostro del Paradiso, ovviamente, perché saltarlo equivale a non essere passati. Le Antiche Cartiere e il Museo della Carta, per la ragione spiegata sopra. L’Arsenale della Repubblica, uno dei pochissimi arsenali medievali superstiti in Italia, dove venivano costruite le navi che portavano Amalfi in giro per il Mediterraneo. La passeggiata sul lungomare fino al porto, soprattutto al tramonto, quando la luce fa cose strane alle case color sabbia. E poi, se avete tempo, la salita verso il Vallone delle Ferriere, una riserva naturale a monte del paese dove si trova ancora una felce gigante preistorica e dove, dopo cinque minuti di cammino, vi sembrerà di essere a mille chilometri da qualunque turista.
Il problema della strada (e altri promemoria pratici)
Devo dire una cosa che nei depliant turistici non si trova mai con sufficiente enfasi: arrivare ad Amalfi in automobile è un’esperienza che andrebbe sconsigliata per legge a chiunque non sia un autista di linea con vent’anni di servizio. La Statale 163, la famosa strada panoramica, è uno dei percorsi più belli del mondo, su questo non ci piove. Però è anche stretta, tortuosa, costellata di pullman che si incrociano in spazi che a occhio non bastano, e priva di un numero adeguato di parcheggi all’arrivo.
Il consiglio pratico, per chi viene da Cremona o dalla Lombardia in generale, è di arrivare in treno a Salerno (l’alta velocità ci mette circa cinque ore da Milano, con un cambio a Napoli) e poi imbarcarsi su uno dei traghetti che in stagione collegano regolarmente Salerno ad Amalfi. Si arriva dal mare, che è l’unico modo davvero giusto di arrivare ad Amalfi, e ci si risparmia tre ore di nervi sulla statale.
Sul quando andare: maggio, giugno, settembre e prima metà di ottobre. Luglio e agosto sono splendidi ma affollati al punto che, in certe ore della giornata, in piazza del Duomo si fa fatica a camminare. Il clima è gentile praticamente tutto l’anno, ma il mare resta godibile da metà maggio fino a fine settembre.
Sull’alloggio: Amalfi ha hotel di ogni fascia, dalle strutture storiche affacciate sul mare ai B&B nei vicoli. Il consiglio è di prenotare con largo anticipo, perché la domanda è cronicamente superiore all’offerta e i prezzi, in alta stagione, riflettono questa asimmetria con una certa onestà brutale.
Sapori che ricordano dove sei
Non si può raccontare Amalfi senza spendere qualche parola sul cibo. La cucina della Costiera è quella che ci si aspetta — pesce, pasta, verdure, olio buono — ma con due o tre tocchi locali che vale la pena cercare.
Il primo sono gli scialatielli, una pasta corta e spessa, tagliata a mano, condita di solito con un sugo di pesce o di frutti di mare. Il secondo è il pesce all’acqua pazza, che è esattamente quello che il nome promette: pesce fresco cotto in un brodo leggero di pomodorini, prezzemolo, aglio, olio. Il terzo è la delizia al limone, un dolce inventato negli anni Settanta a Sorrento ma diffuso in tutta la Costiera, una semisfera di pan di Spagna farcita con crema al limone, che è il modo gastronomico più diretto per ricordarsi che qui i limoni non sono un ornamento ma un ingrediente strutturale.
E poi c’è il limoncello, di cui sarebbe ingeneroso non dire una parola. Quello buono — quello fatto in casa, o quello dei piccoli produttori locali — non ha niente a che vedere con il liquore zuccherino e quasi fluorescente che si trova nei supermercati del Nord. È profumato, secco, equilibrato. Vale la pena comprarne una bottiglia da un produttore vero, in una delle botteghe del centro, e portarsela a casa come ricordo liquido di una settimana ben spesa.
Vale il viaggio?
A questa domanda, che è poi quella che ogni guida turistica dovrebbe porsi onestamente, rispondo con un sì senza riserve. Amalfi non è una destinazione che si esaurisce in una visita. Ci si torna, perché la prima volta si vedono le cose ovvie — il Duomo, la piazza, il mare — e le volte successive si comincia a notare il resto: i sentieri che salgono verso le montagne, le frazioni rurali sopra il paese, i bar dove si bevono ancora caffè a un prezzo ragionevole, le persone che ci vivono e che, sotto la patina turistica, conservano un modo di stare al mondo molto preciso.
Per un lombardo abituato alla pianura, ai cieli larghi e alle nebbie d’inverno, Amalfi è un’esperienza geografica oltre che turistica. È il sud verticale, l’Italia in tre dimensioni, il mediterraneo che si arrampica. Non si torna a casa uguali, e questo è il complimento più alto che si possa fare a un posto.




