Esiste, da qualche parte tra Madrid e Berlino, un viaggiatore ipotetico che arriva a Formentera con un’idea molto precisa: andare a vedere la spiaggia più bella dell’isola, fotografarla, fare il bagno, e tornare a casa soddisfatto di aver completato la missione. Quel viaggiatore ipotetico, dopo circa quarantotto ore, si trova in uno stato di confusione che ho imparato a riconoscere dai miei conoscenti. Ha visto Ses Illetes ed era convinto di aver trovato il paradiso. Poi è andato a Migjorn ed è rimasto basito. Poi qualcuno gli ha parlato di Cala Saona e ci è andato al tramonto, e adesso non sa più dove appartiene la sua anima.
Il problema di Formentera è che ha troppe spiagge straordinarie per un’isola così piccola. È una sproporzione quasi indecente. Su una superficie di ottantatré chilometri quadrati — più o meno quanto Manhattan — l’isola distribuisce una sessantina di calette, baie e distese di sabbia che, prese una per una, in qualunque altra parte del Mediterraneo sarebbero la spiaggia principale di una destinazione turistica. Qui sono semplicemente “una delle tante”, e i locali ne parlano con quella stessa noncuranza con cui un parigino ti indica un bistrot decente: «Sì, è carino. Ce n’è uno migliore due strade più in là, ma vai pure.»
Vediamo allora di fare un po’ di ordine, perché scegliere a Formentera è un’arte e, come tutte le arti, richiede qualche informazione preliminare.
Indice
Ses Illetes, ovvero la spiaggia che recita in tutti i film
Bisogna parlarne per prima perché è quella di cui tutti hanno sentito parlare. Ses Illetes si trova all’estremità settentrionale dell’isola, dentro il Parco Naturale di Ses Salines, ed è una lingua di sabbia bianchissima lunga circa due chilometri che si protende verso nord, fiancheggiata su entrambi i lati da acqua talmente trasparente che le barche all’ancora sembrano levitare sopra un lago invisibile. È comparsa nelle classifiche delle migliori spiagge del mondo con una regolarità imbarazzante — TripAdvisor l’ha messa al primo posto in Europa più volte, e quando questo accade è sempre un’occasione per discutere sull’attendibilità delle classifiche, ma in questo caso le classifiche, sospetto, ci hanno preso.
Il colore dell’acqua, che è poi la ragione principale per cui tutti la fotografano, dipende da un segreto che sta sotto la superficie. Tutta la costa di Formentera è circondata da praterie di Posidonia oceanica, una pianta marina — non un’alga, e questo punto mi è stato chiarito da tre persone diverse in due giorni — che cresce in colonie estese sui fondali. La posidonia filtra l’acqua, trattiene la sabbia, e crea quel mix di trasparenza e turchese che sembra ritoccato in post-produzione. Le praterie attorno a Formentera e Ibiza sono Patrimonio UNESCO dal 1999, e alcune colonie hanno più di centomila anni di età, il che le rende uno degli organismi viventi più antichi del pianeta. Quando ti tuffi in acqua a Ses Illetes, in un certo senso ti stai bagnando in compagnia di qualcosa di più antico delle piramidi di una manciata di ordini di grandezza.
L’unico problema di Ses Illetes è la sua stessa fama. Da metà giugno a fine agosto si trasforma in un’esperienza piuttosto particolare, con file di ombrelloni millimetricamente allineati, barche da diporto che si contendono i punti di ancoraggio, e — la cosa che mi colpì di più la prima volta — un costante andirivieni di gente che si sposta lungo la riva con il telefono alzato sopra la testa per fotografare i propri piedi nell’acqua. Vale la pena vederla, ma chi può conviene andarci o all’alba (a Formentera la luce migliore è quella delle sette del mattino, ed è l’unica ora in cui hai la spiaggia quasi per te) oppure a giugno e settembre, quando l’affollamento si fa quantomeno gestibile.
Llevant, la cugina meno appariscente sull’altro lato della lingua
Sull’altro versante della stessa lingua di sabbia — esattamente dirimpetto a Ses Illetes, separata da poche decine di metri di dune e arbusti — si trova Playa de Llevant. Stessa sabbia, stessa acqua, stessa posidonia, frequenza turistica enormemente inferiore. Non ho mai capito davvero perché. La spiegazione più plausibile è che il versante orientale è esposto al vento di levante, e quando soffia diventa scomodo, mentre Ses Illetes resta protetta. L’altra è che, semplicemente, Ses Illetes è il nome che tutti conoscono, e quando uno arriva con la sua idea precisa di paradiso non va a verificare se per caso c’è una cosa identica trecento metri più in là.
Risultato: a Llevant trovi quasi sempre uno spazio dove stendere l’asciugamano senza dover negoziare con i vicini, e in compenso fai esattamente il bagno che faresti dall’altra parte. È uno dei piccoli trucchi che i frequentatori abituali dell’isola si tramandano a bassa voce, come una password.
Migjorn, ovvero quando una spiaggia decide di non finire mai
Se Ses Illetes è la star, Playa de Migjorn è il marito anziano e affidabile che dura nel tempo. Si estende per quasi sei chilometri lungo l’intera costa meridionale dell’isola, e questa è la sua caratteristica essenziale: non finisce. Cammini, cammini, cammini, e dopo venti minuti sei in una zona completamente diversa, con un’altra composizione sociale, altri ristoranti, altre regole non scritte.
I locali la dividono in zone con nomi propri — Es Ca Marí, Es Arenals, Es Mal Pas — ognuna con un suo carattere. Es Ca Marí è la parte più “familiare”, con stabilimenti, ombrelloni a noleggio e qualche chiringuito storico. Es Arenals è la zona più trendy, frequentata da una clientela internazionale benestante, e ospita alcuni dei ristoranti di pesce più costosi (e francamente buoni) dell’isola. Es Mal Pas, infine, è la parte più selvaggia, con tratti di scogliera, qualche tradizionale frequentatore nudista, e una sensazione generale di essere tornati a un’estate degli anni Settanta.
Il vantaggio enorme di Migjorn è che, anche nelle giornate di massima affluenza, riesci sempre a trovare un angolo. Basta camminare. È un esercizio terapeutico, oltretutto: parti con il sentore che la spiaggia sia “troppo piena”, percorri seicento metri, e all’improvviso sei in uno spazio dove conti tre persone all’orizzonte. La densità umana di Formentera è inversamente proporzionale alla volontà di camminare cinque minuti.
Cala Saona, la spiaggia dei tramonti seri
Sul lato occidentale dell’isola, a metà strada tra Sant Francesc e il faro di Cap de Barbaria, si apre Cala Saona. È una baia piccola, raccolta, incorniciata da scogliere rossastre che al tramonto prendono un colore che — se lo descrivessi senza averlo visto — sembrerebbe un’invenzione kitsch. La sabbia è dorata anziché bianca, l’acqua è di un blu più profondo che a Ses Illetes, e il fondale degrada lentamente, il che la rende perfetta per chi viaggia con bambini piccoli o con un’avversione personale ai tuffi.
Il vero motivo per cui Cala Saona è entrata nelle guide, però, è il tramonto. Trovandosi rivolta a ovest, riceve il sole calante in pieno, e nelle giornate limpide il disco solare scende esattamente dietro la sagoma di Es Vedrà, lo scoglio leggendario che si erge davanti alla costa sud-occidentale di Ibiza. Es Vedrà, per inciso, è circondato da una mitologia piuttosto folta: secondo alcuni sarebbe la cima emersa di Atlantide, secondo altri ha proprietà magnetiche che sballano le bussole delle navi, e secondo altri ancora è uno dei tre punti più magnetici della Terra insieme al Triangolo delle Bermuda e al Polo Nord. Quanto di tutto questo sia vero non lo so. Quello che è certo è che, quando il sole gli si nasconde dietro, anche il più cinico dei turisti smette di chiacchierare per qualche minuto.
Es Caló de Sant Agustí, la spiaggia dei pescatori
Sulla costa nord-orientale, ai piedi dell’altopiano di La Mola, si trova un piccolo villaggio di pescatori che ha conservato un carattere completamente diverso dal resto dell’isola. Es Caló de Sant Agustí non è propriamente una spiaggia da relax: è una caletta piccolissima incorniciata dagli escars, gli scivoli di pietra dove le barche tradizionali venivano tirate in secca, e ancora vengono. Si nuota in mezzo alle barche, accanto a una rotonda di legno e roccia che sembra uscita da una fotografia in bianco e nero.
La sabbia è poca, l’ombra è scarsa, e nelle giornate affollate è francamente scomoda. Ma è il posto giusto se cerchi un’idea di Formentera che ha poco a che fare con le vacanze patinate. Da qui partono i sentieri che portano alle calette più nascoste del versante settentrionale — Caló des Mort, Ses Platgetes — piccole oasi dove l’isola torna a essere quello che era cinquant’anni fa, prima che il mondo se ne accorgesse.
Caló des Mort, la spiaggia che bisogna meritarsi
A proposito di sentieri. Caló des Mort si trova vicino a Es Mal Pas, all’estremità orientale di Migjorn, ed è una di quelle spiagge che non si raggiungono per caso. Bisogna parcheggiare in un punto preciso lungo la strada costiera, individuare un sentiero che non sempre è segnalato, scendere per qualche minuto su un percorso sconnesso di roccia e sabbia, e a un certo punto, dopo una curva, ti appare sotto: una mezzaluna di sabbia chiara incassata tra due pareti di roccia gialla, con due o tre vecchie capanne di pescatori in legno che resistono alle mareggiate.
È piccolissima — venti, trenta metri di sabbia al massimo — e questo, sommato alla scomodità dell’accesso, fa sì che resti relativamente tranquilla anche nei mesi di punta. Ho conosciuto persone che vengono a Formentera da quindici anni e che giurano di non aver bisogno di vedere altro. Posso capirli.
Le piccole, le difficili, le segrete
Esiste poi un’intera categoria di spiagge formenterane che, per ragioni diverse, non finiscono mai nelle guide ufficiali. Ses Platgetes, sulla costa nord, è in realtà un insieme di tre calette comunicanti che richiedono qualche minuto di cammino dal parcheggio più vicino e che, in cambio, offrono una serie di scali pittoreschi dove le barche tradizionali sono ancora ormeggiate alle catene. Caló de S’Oli e Calò des Pi sono due baie minuscole sul versante occidentale, conosciute soprattutto dai residenti, perfette per chi cerca un bagno veloce in mezzo alla giornata.
E poi c’è S’Alga, sull’isolotto di Espalmador, separato da Formentera da un breve canale di acqua bassa che, secondo una leggenda urbana piuttosto persistente, si potrebbe attraversare a piedi nudi. La realtà è che si può, con qualche cautela, nelle giornate di marea favorevole e con il mare calmo, ma è un’operazione meno romantica di quanto suoni: il fondale è irregolare, ci sono praterie di posidonia e qualche meduza, e la cosa più sensata è prendere uno dei taxi-boat che fanno la spola dal porto di La Savina. Una volta sull’isolotto, però, ti trovi in un piccolo mondo a parte, con due spiagge incredibili e nessun negozio, nessun bar, nessuna struttura: l’idea originale di paradiso, sostanzialmente.
La regola non scritta: niente è fisso
Una cosa che capisci frequentando un po’ Formentera è che il concetto di “spiaggia migliore” cambia da giorno a giorno e da ora a ora. Dipende dal vento — se soffia da est, le spiagge sud sono perfette; se soffia da sud, devi spostarti a nord — dalla luce, dall’umore. I locali non ti dicono quasi mai “vai lì”. Ti dicono “se domani c’è tramontana, vai a Migjorn; se c’è levante, vai a Cala Saona; se è una giornata morta, fai Ses Illetes che tanto è sempre Ses Illetes”. È una sapienza accumulata che si trasmette in due frasi e che, dopo qualche giorno sull’isola, cominci anche tu a sentire come una cosa istintiva.
Quando andarci e come arrivarci
Le spiagge di Formentera sono perfette da fine maggio a inizio ottobre, con un picco di temperatura del mare ad agosto e settembre. Giugno e settembre sono i mesi migliori per il compromesso tra temperatura, affollamento e prezzi delle strutture ricettive. In luglio e agosto le spiagge più note — Ses Illetes su tutte — diventano davvero faticose, e conviene puntare sulle alternative meno celebri o accettare di arrivare prima delle nove del mattino.
L’isola si raggiunge esclusivamente via mare, con i traghetti che partono dal porto di Ibiza (La Savina è il porto di arrivo a Formentera) e impiegano dai venticinque ai quarantacinque minuti a seconda della compagnia e delle condizioni del mare. In alta stagione partono ogni mezz’ora; in bassa stagione la frequenza si riduce a poche corse al giorno.
Per spostarsi tra le spiagge serve un mezzo. L’auto a noleggio è la soluzione più comoda per chi viaggia con bambini o vuole spostarsi senza pensieri, lo scooter è il classico per chi viaggia in coppia, e la bicicletta — soprattutto se a pedalata assistita — è una scelta sorprendentemente sensata, dato che l’isola è piccola, prevalentemente piatta, e attraversata da una rete di piste ciclabili che si è ampliata notevolmente negli ultimi anni.
L’unica scelta sbagliata
Tornando al viaggiatore ipotetico dell’inizio, quello che vorrebbe trovare la spiaggia più bella di Formentera in quarantotto ore: il mio consiglio, dopo qualche viaggio sull’isola, è semplicemente di abbandonare l’idea. A Formentera non c’è una spiaggia migliore delle altre, perché ogni spiaggia è la migliore per qualcosa: per la luce del mattino, per il tramonto, per nuotare in profondità, per fare camminare i bambini, per leggere un libro senza che nessuno ti rivolga la parola, per stare in mezzo alle barche, per non vedere nessuno.
L’unica scelta sbagliata, a Formentera, è scegliere troppo in fretta. Concediti due o tre giorni di esitazione, prova posti diversi, fai qualche chilometro a piedi, parla con il signore del chiringuito che ti consiglia “quella piccola in fondo a destra”. Alla fine, probabilmente, ti accorgerai di aver trovato la tua. E non sarà necessariamente quella che pensavi di cercare quando sei partito.
Che è, in fondo, il modo migliore di trovare le cose.



